Spesa per efood in Italia 2017 stimata in 2,4mil, scontrino medio 135€

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Agli italiani non piace tanto fare la spesa alimentare online. Infatti siamo tra gli ultimi Paesi in Europa occidentale a visitare gli scaffali virtuali, facilitati anche dal fatto che disponiamo di una rete commerciale che conta su 750mila negozi in sede fissa e circa 230 mila ambulanti. Tuttavia, lentamente, nel food & grocery (i prodotti alimentari più quelli per la cura della casa e della persona) aumentano le vendite via web: si è passati dai 441 milioni del 2015 ai 593 milioni dell’anno scorso e agli 812 milioni stimati per il 2017. I dati sono contenuti nel Rapporto Coop 2017. Diversi retailer fisici hannovarato il servizio click&collect (ordini online e ritiri sul punto vendita) oppure la consegna a casa della spesa, da Esselunga aEasyCoop ad Amazon.

Agli italiani piace fare la spesa online?

Il Rapporto Coop 2017 risponde che il 68% dei visitatori naviga sui siti per controllare le informazioni, il 26% per fare la spesa e il 22% per verificare le offerte. Quest’anno si stima che gli ordini per l’efood ammonteranno a 2,4 milioni per uno scontrino medio di 135 euro. La frequenza d’acquisto è abbastanza bassa: quattro volte l’anno. Il 61% degli acquisti totali del food (cioè 812 milioni di euro) è realizzato tramite computer, il 26% con smartphonee il 13% da tablet. Come pagano? Principalmente con carta di credito e in contrassegno (cioè alla consegna fisica della merce). In dettaglio, il 44% paga con carta di credito, il 28% in contrassegno,il 26% con il Paypal (le transazioni si effettuano senza condividere i dati collegati al contobancario), il restante 2% in tutte le altre modalità. Infine, il confronto con gli altri Paesi: l’Italia è forse il fanalino di coda per l’efood tra i Paesi avanzati. La penetrazione del food&grocery online nel nostro Paese è di 0,5% contro il 2% di Germania e StatiUniti, il 6% della Francia e l’8%del Regno Unito. Nel complesso il giro d’affari del grocery è poca cosa rispetto ai 27,5 miliardi (+23% nel 2017) realizzati complessivamente da tutti i settori. Nella classifica svettano i servizi turistici, con alberghi e viaggi che si ritagliano la fetta più grossa della torta, il 40%.

Corsa delle catene del biologico

La ripresa dei consumi è trainata anche dai prodotti salutisti (biologici e freefrom) e dagli investimenti dei retailer per soddisfare i consumatori. L’anno scorso i soli prodotti biologici in Italia hanno realizzato un fatturato di circa 5 miliardi (+15%), compreso il vino bio che ha realizzato un giro d’affari di 275 milioni, +34%. Ma sono da considerare anche i free from, che sono quei prodotti che non contengono quegli ingredienti (per esempio, lattosio, lievito, sale, glutine) che per ragioni diverse attivano intolleranze od allergie alimentari. Tra i prodotti “terapeutici” e del benessere vanno annoverati anche quelli della cosmetica naturale. La grande distribuzione non sì è lasciata sfuggire un’occasione d’oro, tanto che negli ultimi anni ha moltiplicato i metri lineari di scaffali con prodotti salutistici, con beneficio per il fatturato. Sono fioriti negli spazi commerciali anche i corner dedicati a categorie di prodotti specifici. Come catene autonome del benessere, se ne sono sviluppate diverse. Per esempio, EcorNaturaSì si è specializzata nell’intero processo produttivo e distributivo di prodotti alimentari biologici e serve una rete commerciale bio di un migliaio di punti vendita specializzati in tutte le regioni. Inoltre dispone di uno eshop. Almaverde Bio è invece una società consortile che associa dieci imprese dell’agroalimentare italiano con comprovata esperienza nel settore biologico. Almaverde Bio Italia ha il compito di sviluppare strategie di comunicazione e promozione del marchio investendo le risorse messe a disposizione dalle imprese socie, che sono licenziatarie in esclusiva per l’uso del marchio per il proprio settore merceologico, svolgono autonomamente la commercializzazione, fanno sinergia per lo sviluppo del mercato. Ma poi ci sono altre catene specializzate come Biomì, Piacere Terra e Bio c’Bon.

Il 10% del cibo é salutista

Vendite in lieve crescita trainate dai prodotti delle ex-nicchie. Buono, sano e di moda: il consumo cambia faccia. I primi segnali (incerti) di ripresa dei consumi trovano un italiano molto cambiato, più poverodi dieci anni fa, più propenso a privilegiare i cibi salutisti e a maggior valore, più interessato ad acquistare un’auto o la casa per i figli approfittando dei tassi d’interesse molto bassi: è la fotografia dell’Italia scattata dal Rapporto Coop 2017, presentato ieri a Milano. Un’occasione anche per fare il punto sull’evoluzione della catena commerciale Coop, leader per vendite (13,1 miliardi), ma più lenta dei migliori competitor nel rilancio del dopo crisi. L’anno scorso ha registrato anche un taglio del 12% del prestito sociale (risorse per finanziare l’impresa) a 9,6 miliardi. Solo per la cura del corpo spendono circa 10 miliardi l’anno. E quando la co-smesi non basta si ricorre alla chirurgia estetica, tanto da figurare nella top ten mondiale. I “cibi terapeutici” (quelli salutisti, di moda) valgono oramai il 10% dei consumi alimentari e crescono il doppio della media: +5% l’ultimo anno, i superfood l’8%. Dalle vendite nella grande distri-buzione si nota l’effetto sostituzione a vantaggio delle varianti più salutari. Anche quando si ha ache fare con i prodotti della tradizione: così cede terreno il latte Uht (-4,6%) in favore di quello adalta digeribilità (+174,4%) o le uo-va di galline allevate in batteria (-8,2%) a favore di quelle allevatea terra (+15%). E scorrendo la listaè tutto un surplus di prodotti considerati benefici: crescono gli integrali, i senza glutine, i senza lattosio. Se consideriamo solo il “senza olio di palma”, diventato anche un caso mediatico, il giro d’affari registra un più che pro-mettente +13,5%.