Le imprese più avanzate (startup) sono squadre che realizzano progetti

Le imprese più avanzate (startup) sono squadre che realizzano progetti. Secondo Gartner per il 2020, gli algoritmi e le piattaforme cambieranno i comportamenti di oltre un miliardo di lavoratori. «I responsabili dei progetti digitali delle aziende dovranno abilitare i modi più efficaci di lavorare preparando le organizzazioni a sfruttare le prossime ondate di innovazione senza dover reinventare continuamente l’azienda». Nelle startup questo è il presente, per le aziende meno avanzate è una prospettiva molto vicina.

In un mondo nel quale le tecnologie cambiano a grande velocità, il mestiere di chi si limita a usarle è destinato a seguire la loro fatale obsolescenza. E allora cercano di coltivare un approccio profondo, pragmatico, curioso, creativo, orientato al risultato reale per l’azienda. «Molti clienti ci chiedono di aumentare i follower o i like, pensando che il problema sia Twitter o Facebook. Noi rispondiamo che vogliamo aiutarli a raggiungere i loro obiettivi di business». «I clienti pensano di voler capire internet, ma in realtà hanno bisogno di scegliere il loro modello di crescita e di valutarne le probabilità di riuscita nel nuovo contesto». Le tecnologie passano, i risultati delle aziende restano.

Il problema di chi deve prepararsi al lavoro del futuro, in fondo, è tutto qui: come distinguere tra quello che passa e ciò che dura. In effetti, la fioritura di nuovi mestieri, nel mondo digitale, è persino esagerata. «Community manager, web analyst, web designer, cloud architect, app developer, social care expert, cyber security expert, social mediaanalyst, data scientist, digital PR». «Secondo la Commissione Europea la richiesta del mercato di queste professioni – con quelle che riguardano intelligenza artificiale, realtà virtuale, realtà aumentata – potrebbe oscillare tra 500mila e700mila posizioni entro il 2020». Già oggi, spesso, la domanda non trova l’offerta. Secondo l’osservatorio Modartech: «Digital brand manager, graphic designer, virtual visual merchandiser, web marketing specialist, event coordinator: sono figure professionali richieste nel mondo della comunicazione, moda e design. Secondo Unioncamere, nel 2016, il 33% delle imprese ha incontrato difficoltà nel reperire lavoratori preparati». D’altra parte, è complicato. Ogni giorno c’è una nuova frontiera. Da qualche mese finalmente è emersa anche in Italia l’esigenza di promuoversi su AliBaba, la mega piattaforma cinese: ma richiede conoscenze totalmente diverse da quelle utili nel mercato occidentale. In realtà, alcuni mestieri sono legati ai cicli brevi di certe tecnologie e altri sono destinati a più lungo successo, ma molti non sono ancora noti. Il rapporto Tomorrow’s Jobs di Microsoft prevedeche il 65% degli studenti di oggi farà lavori che ancora non esistono.

Tutto questo richiede una nuova mentalità. Secondo l’Ocse, la distanza tra domanda e offerta di lavoro è soprattutto culturale.

La sfida? Le tecnologie digitali colpiscono l’occupazione in tempi brevi mentre fanno emergere nuove opportunità di lavoro lentamente. Serve tempo perché occorre creare nuovi mercati, trasferire risorse da un settore all’altro, sviluppare know how.

Per accelerare occorre investire in tecnologie e formazione. «I lavori abilitati dal digitale richiedono capacità diverse. Alcune sono tecniche, come la programmazione. Ma altre non sono tecniche: la quantitàdi informazione disponibile richiede doti di pianificazione, rapidità nelle risposte, cooperazione tra le squadre di lavoro e grande leadership.

Le tecnologie stanno ridisegnando l’organizzazione delle imprese, rendendo più importante la capacità di elaborare i dati, l’indipendenza di giudizio, l’autonomia gestionale, l’orientamento alla soluzione dei problemi e alla comunicazione.

Ma secondo le stime dell’Ocse, meno del 40% di chi usa software al lavoro ogni giorno ha le skill che servono davvero. Per imparare occorrono motivazioni. Che vengono dalla consapevolezza. La cultura adatta al lavoro del futuro scaturisce dall’incontro di fenomeni che cambiano in modo accelerato e valori che durano nel tempo. Il problema non è la flessibilità: serve una mentalità strategica che consenta di navigare nei cambiamenti mantenendo una rotta. In questo senso, un segreto c’è. Non ho mai pensato di lavorare per l’economia. Intende dire che non ha mai concepito il suo lavoro come un servizio alle variabili dellamarginalità e del fatturato. Quello che aveva in mente era il “progetto”. È uno dei protagonisti della storia digitale italiana, ha costruitoimprese che sono andate lontano ma, in fondo, è sempre rimasto un architetto. Nel 1994 ha cofondato Dada, acronimo di Design Ar-chitettura Digitale Analogico, divenuta una delle prime multinazionali italiane della rete: connettività, servizi, il portale Supereva, musica, comunità, la quotazione in Borsa nel 2000. «Pensavamo che molte persone avrebbero abitato la rete e dovevamo costruire gli ambienti nei quali avrebbero vissuto». Nel 2012 ha cofondato NanaBianca. In parte è un acceleratore che aiuta a crescere startup. In parte fa progetti col suo Startup Studio: concepisce i business, trova i team, crea le imprese per realizzarli e mantiene una quota elevata. «In tutte queste attività il punto chiave è il progetto. Devi trovare tutti gli strumenti che servono per realizzarlo. Compresa la tecnologia. Compreso il capitale, il fatturato e il profitto». Instilla nelle sue startup questa mentalità: perché è un connotato fondamentale del lavoro del futuro.

Oggi i mezzi sono più potenti: ma a fare la differenza sono sempre gli autori di progetti che sanno combinare i mezzi che servono a realizzarli. Un approccio che vale a ogni livello professionale. «Internet non è più quella di prima. Include molte più persone». Ma non c’è una scuola per imparare le piattaforme. «Quando arrivano in azienda i neolaureati sono molto teorici e hanno inmente strumenti antichi. Sono chiamati a calare la teoria in una pratica orientata ai risultati, interdisciplinare, con strumenti che evolvono». Una volta, ricorda Barberis, occorreva qualcuno che si occupasse dei server: oggi si sceglie un servizio in cloud e lo si impara usandolo. Una volta la produzione richiedeva una gerarchia di controlli: oggi si gestiscono le assunzioni, le squadre di lavoro, i meeting, usando le piattaforme, da Slacka Trello. Una volta avevi dei programmatoriper la reportistica: oggi ci sono ottimi software pronti. Le relazioni con i clienti si sviluppano su piattaforme che gestiscono insieme tutti i canali, dalla messaggistica ai social, dalla pubblicità ai “chat bot”. L’interfaccia dei prodotti non è più una ruota da reinventare ogni volta: ci sono template da personalizzare. «Sono tutte conoscenze che si imparano sul campo e costituiscono la struttura essenziale dell’azienda». E dunque che cosa fa la differenza? «Questi strumenti liberano spazio progettuale, danno ordine e rigore allo svolgimento del progetto, consentono di lavorare a un livello sofisticato, rendono la vita più comoda ma sfidano ad andare più veloce, preparando l’organizzazione alla competizione internazionale. Non si torna indietro. Chi fa la differenza? Chi impara a usare tutto questo benissimo per concentrarsi sul progetto che accomuna l’imprenditore e tutti coloro che lavorano con lui».

Cambio di paradigma: in passato si partiva dalla fabbrica, ora dalle richieste del cliente.

La fabbrica lavora in silenzio. La generazione di dati e la loro valorizzazione è la frontiera. Per questo, mentre i robot si moltiplicano, si assumono nuove figure come business analyst e data scientist. Del resto, vendita e produzione sono strettamente collegate. Ed è compresa la formazione, diventata parte integrante dell’attività produttiva. Nel libro intitolato Industria 4.0. Uomini e macchine nella fabbrica digitale, stupisce chi ricordi le fabbriche del Novecento. Raccontano di stabilimenti disegnati da architetti, popolati da giovani, organizzati intorno alla logica digitale per produrre con macchine totalmente connesse. Raccontano di Comau, Pirelli, Avio Aero, Ferrari, Ducati e molto altro. Un tempo, pensavamo le macchine una alla volta. Ogni lavoratore aveva un lotto da produrre e lo faceva con quella macchina. Oggi tutte le macchine, pur venendo da fornitori diversi, pensate come un insieme e gestite da un solo computer: che dice al lavoratore quale lotto va processato e su quale macchina, scarica le specifiche e le corrette priorità, controlla e registra le operazioni, raccoglie statistiche». E Lo Presti aggiunge: «Prima partivamo dalla fabbrica e dall’operatore. Oggi partiamo dalla domanda del cliente, aggiornata quotidianamente. Le linee di produzione sono attrezzate per seguire le richieste del mercato: non solo per la rapidità, ma anche per offrire servizio e qualità migliore». Nasce uno spazio interaziendale che collega le diverse fabbriche, i diversi fornitori e clienti: è uno spazio digitale. «Le attività di pianificazione sono diventate più importanti. Sì, occorrono ingegneri gestionali, data scientist, informatici, matematici. E poi non gli operai di dieci anni fa: servono specializzazioni e flessibilità. Sembra un ossimoro. Come ci si prepara? Un’ampia cultura di base serve alle mutevoli condizioni del lavoro». È importante seguire l’evoluzione tecnologica in modo interdisciplinare, con buone conoscenze di fondo. Sposteremo risorse verso programmazione e progettazione che facciano lavorare le linee di produzione in modo coerente con la veloce mutazione di domanda e prodotto.

I robot non portano via il lavoro: lo cambiano. I Paesi con più robot, Corea e Germania, sono quelli con la disoccupazione più bassa

Questo aumenta l’occupazione distribuendola in maniera diversa. I robot non portano via il lavoro: lo cambiano. I Paesi con più robot, Corea e Germania, sono quelli con la disoccupazione più bassa». Insomma. Non è la tecnologia che porta via il lavoro ma casomai la mancanza di innovazione tecnologica che non consente di tenere il passo con il resto del mondo e fa perdere quote di mercato e occupazione. Ma tutto questo va compreso. Da parte di tutti. Chi lavora, chi si prepara a lavorare e chi intraprende. Una cultura aziendale omogenea, orientata al progetto comune, è una condizione fondamentale. La Luxottica coltiva questa cultura. È una multinazionale da 9 miliardi di fatturato e 80mila dipendenti nel mondo, di cui oltre 10mila in Italia. Ce ne sono 4mila ad Agordo: sono tantissimi, ma il vicepresidente Luigi Francavilla li conosce uno per uno, o quasi. Lo stabilimento di Agordo è gigantesco, complesso come la sua storia, grande quasi come il paese dall’altra parte della valle, circondato da immense montagne: la connessione globale e la tradizione locale si traducono in una interpretazione speciale dell’innovazione, con l’automazione che avanza a grandi passi mentre l’occupazione non diminuisce. Il che si spiega considerando la tecnologia, l’economia, la società che costituiscono questa im-presa: «Il fine è mantenere la forza lavoro aguzzando l’ingegno», spiega Massimo Vian, amministratore delegato prodotto e operations: «Non esiste nessun incentivo per i manager che sia collegato con la riduzione dell’occupazione. Si mantiene l’occupazione solo riqualificando il lavoro. I robot triplicano la produttività, ma gli umani rispondono ad altre esigenze non automatizzabili che riguardano la varietà, diversità, creatività dei nostri prodotti». Chi voglia entrare nel merito può partire da alcuni fatti: la Luxottica produce 93 milioni di montature da vista e occhiali da sole all’anno. Ogni anno introduce 2mila nuovi modelli, realizzati in diversi calibri e colori, per un totale di 20mila referenze, tutto compreso. I modelli evergreen sono prodotti anche in 5 milioni di pezzi all’anno, me-tre di altri modelli legati a particolari occasioni si fanno anche soltanto 50 pezzi. In media, ogni modello è fatto in 4mila “copie”. Ma ciascuno di questi prodotti deve generare valore. Ci vuole una cultura del lavoro e dell’automazione particolare. Che non deve limitare la creatività. Perché tutto parte dai prodotti. Gli oltre 30 marchi in portafoglio sviluppano soluzioni estetiche, funzionali e tecnologiche diverse. L’efficienza richiede che dalla concezione al negozio non passino più di venti settimane. Si parte dalla concezione di ogni modello: che è discusso con gli stilisti, renderizzato al computer, prototipato con le macchine per la produzione additiva e rifinito dagli artigiani; si fanno le prove dei materiali, si affina il marketing connesso agli eventi (sportivi, fashion, festività), si raccolgono i dati; si fa il progetto operativo; si va in stabilimento dove operai e robot lavorano fianco a fianco. I robot in molti casi, con braccia meccaniche e vista elettronica, fanno i gesti che prima erano degli operai, spesso con gli stessi strumenti. Imparano dagli umani che intanto fanno altro, dal controllo della qualità alle rifiniture, all’ideazione incessante di miglioramenti. Intanto, i modelli fatti in piccoli numeri sono presi in carico da artigiani che usano laser, produzione additiva e vecchi strumenti manuali per venire a capo di oggetti che andranno sul mercato anche a 5mila euro l’uno. Alla fine i prodotti partono in aereo per raggiungere tutti i mercati. E i computer centrali, alimentati anche dal machine learning, cercano di prevedere le necessità di rimpiazzo dei modelli che si trovano nei 150mila negozi oppure nei siti di ecommerce. Intanto, chip rfid servono a controllare i movimenti dei prodotti per combattere la contraffazione e il mercato parallelo. Luxottica è verticalmente integrata per non perdere una goccia del valore aggiunto di questo percorso, ma anche per non perdere un momento nel quale si può migliorare la qualità del risultato finale. La formazione che serve per tutto questo? Visione internazionale, ingegneria gestionale e meccanica, programmazione di robot, design, ma non solo: «Serve saper fare squadra, usare il pensiero laterale, comunicare», dice Giorgio Striano, capo delle Operations. Per Vian è una necessità operativa: «L’automazione di piccole serie chiede un’organizzazione votata a fare scala e personalizzazione, flessibilità e velocità». Tutto questo è speciale nel mondo e forse è normale in Italia. «Facciamo valore aggiunto in piccole nicchie. Non facciamo sistema, forse, ma abbiamo il nostro sistema». Sembra una sintesi di caratteri italiani fondamen-tali. Ma di un’Italia che supera se stessa