Business-Plan blog

Industry 4.0 è già superata! Si va verso INDUSTRY X.0 : opportunità di evoluzione e cambiamento dei modelli operativi

COS’È INDUSTRY X.0

Perché limitarci a parlare di Industria 4.0? Ricerca, investimenti, strategie oggi vincenti, stanno già guardando oltre. Oltre il 4.0, all’x.0. Siamo nel pieno di una completa re-invenzione dell’industria che, sfruttando la rapidità dell’evoluzione tecnologica, propone un nuovo approccio, sfidante per le imprese. Ogni giorno più di 7 miliardi di oggetti sono connessi tra loro e su internet, nei prossimi 3 anni secondo Gartner si arriverà a 20 miliardi.

L’abilità delle imprese deve essere quella di comprendere a pieno le potenzialità del cambiamento in atto e di coglierne l’opportunità. Industry 4.0 che va verso x.0 offre l’opportunità di evoluzione e cambiamento dei modelli operativi.

1. Questi possono, oggi, essere “pensati” senza confini, siano essi geografici, di settore d’attività o di posizionamento sulla catena del valore.

2. In questa logica, le aziende possono ridisegnare la loro filiera produttiva seguendo formule molto diverse dal passato.

3. La connettività avanzata offre la possibilità di disintermediare i canali di distribuzione e di connettersi direttamente ai clienti finali, consentendo di creare modelli di business con un flusso maggiore di dati in entrata, una maggiore comprensione e quindi fidelizzazione dei clienti.

Le imprese si trasformano da aziende di prodotto in società di “prodotto come servizio”. Questa intimità con il cliente rende l’azienda più agile nello sviluppo del prodotto e nella sua innovazione, creando nuovi flussi di potenziali ricavi. Questo il cuore dell’Industry x.0, in grado di sbloccare nuovo valore. Valore non solo nella filiera produttiva in senso stretto, ma nel prodotto connesso ed intelligente e nell’esperienza che “fa vivere” al cliente: prodotti intelligenti per un’esperienza iper-personalizzata. Questo si ripercuote sull’impresa e gli executive ne sono consapevoli. Secondo una ricerca Accenture, il 99% degli intervistati ha già inserito come alta priorità nella propria agenda il “leading to the new”. La forza della rivoluzione digitale e tecnologica, applicata lungo tutta la catena del valore, permette alle imprese di evolvere nella propria visione strategica, nei piani di marketing e penetrazione nel mercato, nelle attività di R&S, nelle operation, sino al customer care. Ed ecco che reinventare il proprio modello di business, offrire prodotti iper-personalizzati e gestire il potere di dati e informazioni lungo la catena del valore, diventano le leve per emergere; mentre risorse, investimenti e nuove competenze (tecnologia digitale, software, analitycs) sono gli abilitatori. Oggi le aziende sembrano percepire l’opportunità dietro il cambiamento. Uno studio Accenture sulla digital readiness nel contesto italiano riporta che l’84% delle imprese prese in esame riconosce che il digital ha impatti su tutta la value chain e richiama iniziative digitali già nella propria visione strategica. L’attuale classe dirigente sa di dover sviluppare più rapidamente possibile nuove soluzioni e di dover migliorare la “customer satisfaction” acquisendo competenze non presenti all’interno delle proprie aziende, grazie alla partecipazione a un ecosistema digitale. Obiettivi chiari anche al Governo che ha collocato, in questa fase 2 del piano Impresa 4.0, competenza e lavoro come protagoniste e ha posto traguardi sfidanti legati alle infrastrutture per supportare la trasformazione digitale delle imprese (100% delle aziende italiane connesse ad almeno 30 Mbps e 50% ad almeno 100 Mbps entro il 2020). Il problema che stiamo osservando è che molte imprese, pur avendo compreso il rischio dell’estinzione nel corso dei prossimi 2-3 anni (il 64% dei C-Level intervistati), non sono mature al punto tale da comprendere come trasformare i propri prodotti in prodotti intelligenti, e guidare il cambiamento facendosi promotori della novità. I dati sono comunque incoraggianti: mostrano la volontà di operare e di adattarsi al nuovo contesto. Le aziende italiane stanno investendo parte dei loro ricavi su Industria 4.0. L’impegno profuso dalle imprese deve, però, essere integrato in un processo di trasformazione del modello operativo e del modello di business che permetta loro di cogliere appieno tutte le opportunità offerte dalle attuali tecnologie e dal panorama competitivo e collaborativo di Industry x.0, in direzione della “open innovation”. La ridefinizione di modelli operativi e filiere produttive deve seguire nuove logiche, dove la customer experience è il fulcro attorno al quale la flessibilità e la creatività sono in costante evoluzione in ottica di miglioramento continuo. Non esiste una ricetta magica, ma start-up, piccole e grandi imprese possono avere successo, anche col supporto di misure governative, nello sviluppare un modello più forte di imprenditorialità e innovazione e trovare il loro spazio e ruolo all’interno di ecosistemi più ampi.

Nessuna azienda stand-alone sarà in grado di vincere in questo contesto competitivo. Il valore futuro sarà nella creazione degli ecosistemi; quindi a prescindere dalla tipologia di impresa, è cruciale rivedere la propria strategia, cambiando la natura della collaborazione all’interno e all’esterno dei confini aziendali. Le aziende che sviluppano con successo questa strategia diventano abili a scegliere la giusta combinazione di tecnologie e piattaforme digitali per progettare e sviluppare nuovi e personalizzati percorsi di esperienze per i propri clienti, rispondendo alla nuova domanda del mercato odierno.

NUOVA ERA PER IL LAVORO

La nuova ondata innovativa contemporanea fa leva sulla convergenza di tecnologie e modelli emersi dalla digitalizzazione consumeristica degli ultimi vent’anni, ma sembra destinata ad estendersi soprattutto alla dimensione della produzione e del lavoro.

Robotica, intelligenza artificiale, big data, cloud computing, internet delle cose, sensoristica, cybersecurity hanno avuto un’accelerazione straordinaria a causa della scalabilità dei processi e dei servizi avviati nello straordinario ecosistema internettiano, fisso e mobile, rivolti agli utilizzatori. Ora invadono la manifattura. E sfidano in modo ancora più radicale l’organizzazione sociale e culturale delle società occidentali.

Il primo fenomeno è la trasformazione del contributo dell’informatica in azienda. Da sistema di codificazione dei processi di gestione diventa parte integrante dell’intelligenza organizzativa. La logica delle piattaforme, che mettono in relazione più direttamente la domanda e l’offerta, si applica alla produzione in quanto le macchine vengono organizzate in un’unica entità governata da un mega sistema informativo, capace di mettere a disposizione delle strutture commerciali ogni strumento atto a minimizzare i tempi di consegna e massimizzare la personalizzazione dei prodotti: le nuove macchine, dalla produzione additiva ai robot umanoidi, si inseriranno in questo processo rinnovato aggiungendo possibilità inesplorate di “customizzazione” efficiente. Ma la raccolta di enormi quantità di dati, attraverso le relazioni con il pubblico, i sensori installati nelle macchine, il feedback che si può raccogliere direttamente dalla collaborazione con clienti e fornitori, aggiunge a quelle piattaforme una forma di machine learning che, come minimo, serve alla manutenzione predittiva (che consente di ridurre i costi per i fermi macchina), ma che può condurre a una sistematica pratica di efficientamento, attraverso l’analisi dei pattern di comportamento delle linee produttive e la generalizzazione delle migliori soluzioni, basata non soltanto sull’intuizione dei manager ma anche sul feedback empirico dei dati. Inoltre, la conoscenza approfondita della sensoristica e della cloud può accelerare l’innovazione di prodotto e l’introduzione negli oggetti di funzioni innovative che saranno immediatamente tradotte in prototipi pronti a cercare un feedback dal mercato. Una visione sintetica di tutto questo è offerta dal nuovo libro di Andrew McAfee ed Erik Brynjolfsson, “Machine, platform, crowd” (Norton, 2017). Se tutto questo non è pensato soltanto per l’efficienza e la riduzione dei costi ma anche per la crescita, allora la quantità di lavoro necessaria alla produzione non dovrebbe diminuire. Anzi, in Occidente potrebbe aumentare, anche attraverso il fenomeno già in parte visibile del reshoring. E a maggior ragione nei Paesi che, come l’Italia, hanno conquistato una condizione di leadership nella produzione ed esportazione di robot e sistemi per l’automazione industriale. Non c’è dubbio però che la qualità dell’occupazione è destinata a cambiare. L’Ocse vede solo un 10% di mestieri a rischio di sparizione, ma almeno il 30% di mestieri destinati a una profonda trasformazione. Che dovrebbe avvenire in risposta a una tendenza sintetizzata da Martin Ford, autore di “Il futuro senza lavoro“ (Il Saggiatore, 2017): la fascia di posti di lavoro destinati a perdere valore o a essere sostituiti dalle macchine è quella che è definita da mansioni “prevedibili”. Il che significa che le funzioni creative, quelle che partecipano alla progettazione costante del processo aziendale, quelle che sono orientate alle funzioni di controllo qualità e quelle che richiedono empatia o senso critico, sono destinate a crescere di importanza. Specialmente quando le persone uniscono queste soft skills a competenze specifiche sincronizzate con la domanda di mercato e a una sufficiente disponibilità a imparare per mantenere quelle competenze aggiornate. Il principale freno allo sviluppo del modello di industria 4.0 è la formazione dei collaboratori delle aziende. Tutto questo dimostra che la strategia di digitalizzazione della produzione e del lavoro richiede un pensiero sistemico per funzionare. Gli incentivi decisi dal governo italiano per sostenere gli investimenti coerenti con questa tecnologia si sono rivelati preziosi per avviare una fase di ripresa della crescita italiana non basata soltanto sulle esportazioni ma anche sugli investimenti. Sarebbe sbagliato ritenere che quegli incentivi avvantaggino solo le imprese. Se generano investimenti e lavoro, se rilanciano la formazione e sostengono la collaborazione nella ricerca tra imprese e università, offrono una prospettiva di speranza anche alle famiglie dei giovani che nel rinnovato ecosistema dell’innovazione possono finalmente costruirsi un percorso di lavoro.

INDUSTRY 4.0 NON È SOLO QUESTIONE DI FABBRICA

Ormai da tempo si parla diffusamente di Industria 4.0, delle tecnologie digitali che la caratterizzano e dei suoi vantaggi. Senza dubbio grazie anche al Piano nazionale Industria 4.0 (ora Piano nazionale Impresa 4.0) che, oltre a introdurre un set di incentivi fiscali, ha avuto il merito di ribadire l’importanza dell’industria per l’economia del Paese, la seconda potenza manifatturiera europea.Tuttavia, quando si parla di quarta rivoluzione industriale si commette spesso – in buona fede – l’errore di credere che si tratti solo di rinnovamento delle infrastrutture produttive, in termini di beni strumentali, impianti e software da introdurre nelle fabbriche. In realtà il 4.0 non è solo una questione di fabbrica, di officina.

È pervasivo e supera i confini dell’impresa: solo allargando l’orizzonte e comprendendone la vera natura se ne potranno cogliere tutte le opportunità. Da Internet delle cose si passa a “Internet del tutto”. Un’azienda non è fatta solo di macchine che devono essere connesse. È fatta soprattutto di persone, di processi di business e servizi. Un sistema complesso che deve essere connesso grazie ai big data da far circolare in maniera fluida, orizzontale, pervasiva, attraverso una condivisione consapevole delle informazioni. Da Industria 4.0 si passa a Value chain 4.0. Il nostro sistema industriale è caratterizzato dalla presenza di molte Pmi, organizzate in supply chain che ruotano spesso intorno a imprese capifiliera. Il paradigma classico dell’industria 4.0 ci porta ad ottimizzare le singole fabbriche, connettendo le macchine. Dobbiamo invece connettere tra loro anche le imprese, le reti con le reti, in modo da riuscire ad aumentare la produttività dell’intera filiera. Il corretto uso dei dati e delle informazioni può diventare un fattore differenziale di competitività. I modelli economici classici ci insegnano a vedere come fattori produttivi per la creazione del valore le materie prime, il lavoro e il capitale, calcolando la produttività come valore dell’output in riferimento a uno di questi fattori. Questo approccio va superato accettando che in un mondo connesso anche un’impresa manifatturiera non può più permettersi di fare a meno di considerare i dati (dei clienti, della fabbrica ecc.) come una reale fonte di creazione di valore.

Da prodotti 4.0 si passa a servizi 4.0. Il consumatore sta diventando sempre più esigente sia in termini di customizzazione del prodotto (si pensi alle varianti di un modello di vettura o alla possibilità di configurazione di un paio di scarpe da ginnastica), che di riduzione del tempo di consegna. A questo trend si affianca il passaggio dalla proprietà all’utilizzo dei beni, in altri termini la servitizzazione. Ciò implica ripensare i prodotti da oggetti ”inanimati”, venduti ad un consumatore, a oggetti “connessi”, in grado di erogare servizi abilitati da nuovi modelli di business. Dalla delocalizzazione si passa al reshoring 4.0. Le tecnologie digitali hanno sostanzialmente un costo omogeneo in tutto il mondo. La loro adozione può consentire alle imprese italiane di ridurre lo svantaggio competitivo rappresentato dal differenziale di costo della manodopera di cui godono alcuni Paesi, in particolar modo del sud-est asiatico. Il 4.0 diventa un abilitatore dell’ancora timido fenomeno del reshoring, la rilocalizzazione delle fabbriche nel nostro Paese, con possibili vantaggi anche occupazionali.

Infine, c’è l’aspetto delle skill 4.0, quello più importante. La quarta rivoluzione, a dispetto della sua connotazione industriale, è soprattutto una rivoluzione socio-culturale. Basti pensare che le nuove tecnologie sono entrate nella quotidianità dei consumatori ancor prima del loro ingresso in fabbrica. Le persone sono ”connesse” già da qualche decennio, mentre solo ora parliamo di connettività delle macchine. E questa rivoluzione è talmente veloce, a differenza delle tre precedenti, da svilupparsi nel giro di pochi anni, con il rischio di rendere obsolete le competenze dei lavoratori. È necessario un ”revamping” delle competenze a tutti livelli aziendali, a partire dai manager che dovranno guidare la trasformazione 4.0. Oggi è imperativo valorizzare il know-how di chi lavora in fabbrica adeguandone le competenze e contemporaneamente investire sui giovani che sono il potenziale di crescita per le imprese (e per la società), introducendo anche percorsi formativi tecnici adeguati. Se le imprese italiane, ed in particolar modo le Pmi, comprenderanno e faranno proprie queste riflessioni saranno in grado di cogliere appieno le opportunità che la quarta rivoluzione industriale offre loro. Diversamente in breve tempo saranno destinate al declino competitivo.

Società 5.0: in Giappone un modello filosofico legato alla nuova rivoluzione Industriale

Al di là di Industria 4.0, il concetto di riferimento è Società 5.0. La risposta “filosofica” promossa dalla Keidanren, la potente Confindustria giapponese, all’elaborazione tedesca Industrie 4.0 non si ferma alla digitalizzazione totale dei processi manifatturieri e indica un modello di società che rappresenti l’ultimo stadio della civilizzazione: dopo la società basata sulla caccia, quella agraria, quella industriale e l’information society, è in arrivo una “super-smart society” fatta di veicoli che si guidano da soli, smart cities, turismo digitalizzato, Fintech, case intelligenti, cybersicurezza, smart agriculture, 5G, data mining e open data, trasformazione digitale dell’healthcare. Il presupposto è la sfida posta dal fatto che a cambiare non sono solo le tecnologie manifatturiere, ma l’intero contesto di business, il che rischia di rendere obsoleti i tradizionali punti di forza della Corporate Japan, richiedendo il passaggio dall’innovazione per lo più in-house a una “open innovation” e da stili di management tradizionali a leadership più rapide e globalizzate. Secondo un rapporto McKinsey, il Giappone su alcuni parametri è indietro rispetto a Germania e Usa. Ma di sicuro si sta mobilitando proprio perchè spaventato dalla rapidità del cambiamento e sta diventando ossessionato dall’Internet delle Cose (IoT). La culla di numerose tecniche manifatturiere poi copiate in tutto il mondo sente il pericolo che non basti una orgogliosa tradizione e una percepita eccellenza attuale nella robotica. Sarebbe troppo semplice se al “Kanban” evolutosi nel TPS (Toyota Production Systems), succedessero solo ulteriori efficienze produttive basate su una radicale digitalizzazione e interconnessione: se l’auto del futuro sarà più software che ingegneria motoristica, l’industria automobilistica giapponese rischia un declino competitivo analogo a quello verificatosi nell’hardware elettronico. «In Giappone, con la forte crescita in atto per le tecnologie legate a Industria 4.0 connessa all’apertura di spazi inediti per nuovi entranti – afferma Petter Sund, esperto di tematiche industriali e project manager a Tokyo di Business Sweden – si aprono opportunità significative per nuove partnership tra aziende straniere e giapponesi». In Giappone sono tre le iniziative principali connesse a Industria 4.0. Una si chiama Robot Revolution Initiative (RRI), iniziata due anni fa con il coinvolgimento di oltre 200 aziende e 80 organizzazioni (anche straniere) e focalizzata sull’applicazione dell’IoT nel manifatturiero. La seconda è la Industrial Value Chain Initiative (IVI), simile all’organizzazione tedesca per Industrie 4.0 e volta a promuovere, anche con collaborazioni internazionali, una nuova società attraverso la combinazione di manifattura digitale e Information technologies a largo raggio. C’è inoltre lo IoT Acceleration Consortium (IAC), che intende facilitare lo sviluppo di modelli di business basati sull’IoT, anche attraverso la standardizzazione delle tecnologie relative. Trattandosi di Giappone, al ministero dell’Economia, commercio e industria (Meti), i burocrati sfornano progetti a cadenza periodica: da ultimo, ne sono emersi uno finalizzato ad accelerare lo sviluppo di chip per l’intelligenza artificiale e uno per creare una specie di “Borsa” dei dati raccolti attraverso l’Internet delle Cose. I burocrati stanno persino rassegnandosi ad allentare le maglie della regolamentazione, mentre cercano di dare un ruolo al Giappone sul fronte delle standardizzazioni internazionali. Le fiere specializzate sono diventate una grande vetrina dei cambiamenti in atto: dalla SCF (System Control Fair) – che si svolge assieme alla iREX (International Robot Exibition) – alla JIMTOF (Japan International Machine Tool Fair), fino a CEATEC Japan che si è evoluta in una “CPS/IoT Exibition” come vetrina della futura Society 5.0. Si è svolta dal 3 al 6 ottobre, snodandosi su aree tematiche come IoT Town 2017, AI Pavillon e Global Startup Showcase. Lo stesso Tokyo Motor Show quest’anno si svolgerà sul tema: “Beyond the Motor”, oltre il motore. Il Giappone insomma si sta muovendo, ma bisognerà vedere se non si ripeterà quanto successo in passato. E cioè che si posizioni all’avanguardia nell’introduzione di idee e tecnologie, ma possa rivelare una relativa debolezza nella loro traduzione concreta in applicazioni commerciali di successo.